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Recensione libro

"Il cane che non poteva smettere di amare", una storia barese

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Immagine articolo - Il sito d'Italia

È una bella storia barese e se non fosse vera - i più la ritengono una leggenda metropolitana - ci sarebbe da inventarla. È quella di Fiorino, il cagnolino che a metà '900 faceva feste a tutti, davanti al banco da lustrascarpe del padrone, all'angolo tra corso Vittorio e via Andrea da Bari. La razza? Origini dubbie, senza offesa, per il piccolo ma affettuoso compagno di strada di tanti nel centro. Ad un certo momento, non si vide più. Riapparve dopo qualche mese, di ritorno da Bologna, sembra, dove nessuno seppe dire com’era finito. A questo punto, legittimati i dubbi sull'attendibilità dei quasi 800 km di un itinerario di fedeltà oltre ogni immaginazione, è evidente che il racconto riflette l’ancestrale corrente di affetto che lega gli uomini ai cani e loro al genere umano. Due specie che si sono evolute insieme, sostiene lo psicanalista Jeffrey M. Masson in un nuovo saggio di etologia: “Il cane che non poteva smettere di amare”, Tropea, 250 pp. 16, 90 euro. Il Fiorino di turno è Bengi, bocciato per indolenza come guida per ciechi e da varie famiglie, ma “che sarebbe andato in capo al mondo per amore dei padroni. Pigro, ma capace di grandi manifestazioni verso tutti, specie i bambini”. È il cane che aiuta a dimostrare la tesi di Masson che “qualcosa di straordinario sia accaduto alla specie umana, spingendo con rapidità su una via evolutiva che ha portato al presente”. Addomesticare i lupi ha consentito di camminare con loro da 15mila anni.

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