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Franco Cassano e "L'umiltà del male"

Chi spera negli uomini deve inoltrarsi nella zona grigia dove abita la grande maggioranza di essi, e combattere lì, in questo territorio incerto, le strategie del male.
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Se l’eterna lotta tra il bene e il male è molto di più di una questione teologica e religiosa allora è ora che tutti si attrezzino per comprendere come le due forze contrapposte agiscono, si confrontano e plasmano la società. Quella che il sociologo Franco Cassano affida al suo «L’umiltà del male» (Laterza Editori, 94 pagine, 14 euro) non è solo una riflessione profonda e rigorosa su moralità e moralismo ma anche e soprattutto un appello civico. Lungo la rilettura del capitolo de «I fratelli Karamàzov» in cui Dostoevskij descrive la figura del «Grande inquisitore» prima e de «I sommersi e i salvati» di Primo Levi poi l’autore de «Il pensiero meridiano» offre una chiave di interpretazione nuova ad un tema di straordinaria attualità, indica l’urgenza di guardare alla natura umana senza pregiudizi, perché la via della «cambiamento» sia una strada percorribile da tutti e non soltanto da una ristretta élite. La religione non è la protagonista assoluta del ragionamento di Cassano, che al contrario la utilizza come metafora per mettere in guardia dai rischi di un allargamento del fossato che, specie in Italia, separa in modo sempre più evidente strati sociali, comunità territoriali, posizioni politiche. Una dinamica che divide e allontana, contribuendo in modo significativo ad una disgregazione del tessuto su cui si fonda e si regge ogni comunità. «Chi ha gli occhi fissi solo sul bene – scrive – spesso ha deciso di non guardare altrove: l’urgenza di giudicare, di misurare l’ “essere” sul metro del “dover essere” lo porta a guardare con impazienza chi rimane indietro e tale mancanza di curiosità lo porta alla sconfitta». Un manifesto che rifugge ogni tentazione ideologica, che non chiama alla «rivolta» ma suggerisce una seria analisi autocritica per un cambiamento sociale che sia affidato prima di tutto all’acquisizione di una «coscienza tragica» – l’esatto contrario di una deriva arrendevole – che consenta ai «migliori» di spezzare la catena che permette al male di far leva sulle debolezze umane, di conoscerle, amplificarle, moltiplicarle nell’aggiornamento costante di un repertorio una volta limitato all’esaltazione dell’ebbrezza della sottomissione praticata attraverso il miracolo, il mistero e l’autorità, e oggi allargato a forme più subdole e «carnali» di seduzione.

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